L’arte di mettersi in viaggio

Il viaggio come esperienza di crescita e di sviluppo è una classica metafora della letteratura di formazione dell’Occidente. Ci sono i viaggi delle fiabe (si pensi, per esempio, a Pollicino) che simboleggiano il passaggio alla vita adulta del protagonista giovane-eroe attraverso il superamento di prove e il passaggio attraverso esperienze-limite. C’è il viaggio di Ulisse, non giovane, ma adulto, alla ricerca di avventura, esplorazione e conoscenza. Ci sono i grandi viaggi biblici, collettivi più che individuali, e spesso non scelti ma costretti, caratterizzati dalla partenza come perdita e nostalgia e il ritorno come speranza. Ancora, c’è il Grand Tour, coronamento del percorso formativo del ricco aristocratico settecentesco, che portava alla scoperta di quel che aveva studiato nella realtà attraverso un percorso accompagnato fra le classicità, con centro l’Italia e nello specifico Roma. Nell’Ottocento ci sono poi le Wanderungen, romantiche e avventurose ricerche individuali dell’altrove ed espressione della volontà di fuga (Cambi 2011). Questo breve excursus storico nella letteratura classica suggerisce diversi significati del viaggio: viaggio come esplorazione, viaggio come scambio, viaggio come iniziazione o ancora viaggio come rottura e come contatto con la differenza.

Certo, però, non ogni viaggio è tanto carico di significato. Ci sono viaggi più o meno importanti. Alcuni rappresentano semplicemente una sospensione della quotidianità per riposare, rilassarsi o evadere, senza guadagnarsi lo status di una esperienza esistenziale significativa. Il modo attuale di vivere gli spazi—tutti incredibilmente vicini fra loro grazie alle possibilità della mobilità odierna—e i tempi—molto strutturati e determinati in modo massiccio dai ritmi del lavoro che relegano il viaggio al (poco) tempo libero—rischia di pregiudicare la significatività del viaggio come momento formativo (Cambi 2011). La vacanza, intesa come riposo e stacco dagli impegni lavorativi, è legata ad un bisogno di disimpegno, piuttosto che al progetto di scoperte e esplorazione. In questa prospettiva il viaggio delle vacanze assume la funzione di un rito di allontanamento da e ritorno a quotidianità e lavoro.

E allora è proprio la riappropriazione del tempo estivo delle ferie come viaggio “importante” oltre che come vacanza rilassante che potrebbe dare origine a situazioni significative nella formazione dei bambini e dei ragazzi che viaggiano con noi.

In primo luogo, l’idea di viaggio che proponiamo non implica necessariamente l’andar lontani. Trasformare una vacanza anche in un viaggio non significa, infatti, mettere più chilometri fra la propria casa e il luogo delle ferie, quanto invece investire soggettivamente in un progetto di scoperta.  Allora, anche prendersi un giorno libero per vivere la propria città in modo diverso può essere nello spirito del viaggio. Per bambini e ragazzi, per esempio, può essere interessante andare alla scoperta di luoghi più o meno noti della propria città seguendo le indicazioni della “caccia al tesoro” di geocaching (https://www.geocaching.com/play). Scaricando la App gratuita sul proprio cellulare, i partecipanti potranno cercare e trovare, usando il ricevitore GPS del telefono, dei contenitori di differenti tipi e dimensioni. Dentro non vi è nulla di materialmente ricco, se non le preziose tracce di chi ha trovato i contenitori prima di noi. Il gioco è diffuso in tutto il mondo e i contenitori vengono nascosti da altri giocatori in luoghi per loro significativi. A volte si trovano in prossimità di aree o edifici di interesse turistico, altre volte semplicemente di luoghi belli, ma anche meno noti.

Un’altra chiave interessante per esplorare la dimensione del viaggio anche nei luoghi della nostra vita quotidiana o delle vacanze—anche se sono gli stessi da anni—è il camminare. Non si intende qui la camminata veloce sportiva, ma la camminata lenta, quasi come forma di meditazione. Non a caso due degli autori che si sono occupati della forza educativa del cammino parlano, a questo proposito, di “filosofia del camminare” (Demetrio 2005; Gros 2013). Questo tipo di camminata invita a cercare e trovare una relazione tra i pensieri interiori e la concretezza dei passi. Questo può avvenire quando, attivamente, ricaviamo del tempo per esplorare, camminando in luoghi anche noti, ma magari ad orari insoliti o semplicemente con un’attenzione diversa. Significa guardare con occhi nuovi spazi che conosciamo, ma di cui cerchiamo attivamente dettagli e prospettive diverse da quelle che vediamo comunemente. Il cammino assomiglia al tempo lento della riflessione, della ricerca filosofica, per Demetrio (2005) rappresenta l’inquietudine e la sorpresa del quotidiano. Con questo modo di camminare, si può trovare il modo di stare in contatto con se stessi, ma anche con gli altri. Nella camminata si può lasciare che la vista di luoghi, piante, animali, costruzioni solleciti percorsi interiori di riflessione su di sé e sul proprio modo di stare al mondo. Si può anche passeggiare per l’eventualità di incontrare altre persone, persone che si affacciano sulla via ed hanno del tempo per scambiarsi un saluto e magari qualche parola. Sono sconosciuti, che non fanno parte delle nostre abituali frequentazioni, e proprio per questo possono farci scoprire punti di vista nuovi anche su luoghi noti.

Accanto alla prospettiva lenta del camminare, il viaggio può caricarsi di un’altra dimensione, apparentemente quasi opposta: quella eccitante dell’esperienza avventurosa. Si tratta, questo, di un principio fatto proprio anche dall’outdoor education (Fernè e Agostini 2014). L’approccio si basa sul fatto che un’esperienza avventurosa possa generare un processo di conoscenza e consapevolezza di sé. Con l’idea di un’esperienza avventurosa si intente un vissuto che venga soggettivamente percepito come fuori dall’ordinario, speciale. Durante un viaggio in luoghi sconosciuti e distanti, le esperienze avventurose si creano molto spontaneamente. Si pensi all’uso di mezzi di trasporto diversi o al gioco con un bambino appena incontrato senza avere una lingua in comune. Delle avventure possono essere cercate e costruite anche nella quotidianità, scegliendo situazioni che pongano noi e i bambini/ragazzi davanti a delle piccole sfide autentiche che chiedano di superare alcune resistenze o di cimentarci in qualcosa di completamente nuovo. Potrebbe essere la sperimentazione di un nuovo sport oppure la decisione di allestire un piccolo orto in terrazzo.

Viaggiare quindi può essere formativo. E non è la meta lontana che fa da garante del valore educativo del viaggio. È piuttosto la disponibilità soggettiva a “mettersi in viaggio” in modo attivo alla ricerca di se stessi, del mondo e degli altri a fare la differenza; da casa, dal mare di sempre o—perché no, se ne abbiamo la fortuna—dalla più esotica delle mete.

 

Riferimenti bibliografici