Quando i calzini rosa sono un problema…

Qualche tempo fa sono stata fermata da una maestra di scuola d’infanzia, dall’aria allarmata, che ha esordito dicendo: «Irene, dobbiamo assolutamente fare qualcosa: bisogna trattare subito i tuoi temi in classe, altrimenti è troppo tardi!». I temi di cui mi occupo—che per fortuna non sono solo i “miei” temi, ma coinvolgono una sempre più nutrita comunità scientifica—sono quelli che riguardano l’educazione alla parità di genere e la lotta agli stereotipi sessisti nelle aule scolastiche. Il fatto che aveva sconcertato la maestra invece era questo: un bambino di tre anni si era bagnato i calzini giocando nel giardino della scuola e le maestre avevano come unico cambio a disposizione un paio di calzini rosa (tra parentesi: a detta della maestra, i calzini non erano di un rosa “acceso”—un rosa-Barbie, per intendersi—ma di un rosa pallido… Quasi non si vedeva che erano rosa…).

Il finale della storia lo potete forse immaginare: il bambino si è dimenato, ha pianto, si è ribellato in tutti i modi possibili perché non voleva—non poteva!—assolutamente indossare quei calzini. Le maestre sono rimaste impressionate dall’evento che è giunto totalmente inaspettato, quando invece si tratta solo di un’ulteriore conferma di quanto gli studi ci dicono da tempo.

Il processo di “addestramento” ai ruoli maschili e femminili, come veniva definito da Elena Gianini Belotti nel dirompente saggio Dalla parte delle bambine (1973), produce i suoi effetti già all’ingresso della scuola d’infanzia, verso i tre-quattro anni, età in cui le bambine e i bambini si sono già identificati nei rispettivi ruoli e conoscono perfettamente i comportamenti adatti al proprio genere di appartenenza. Il bambino di cui sopra aveva già assimilato l’idea che il rosa non è un colore adatto ai maschi ed era altresì pienamente consapevole del fatto che, se avesse indossato quei calzini, avrebbe corso seriamente il rischio di essere deriso dai suoi compagni, in particolare dai maschi, e con buona probabilità sarebbe stato redarguito anche da qualche figura adulta (magari la mamma, o più probabilmente il papà). Sarebbe cioè stato sanzionato socialmente per aver trasgredito una norma indiscussa: uomini e donne hanno ruoli e funzioni differenti e questa ripartizione è funzionale all’organizzazione complessiva della società.

Il fatto che percepiamo la differenziazione sessuale dei ruoli maschili e femminili come socialmente inevitabile, come insita nell’ordine “naturale” delle cose, è del resto la prova più evidente del fatto che essa poggia su schemi sociali sedimentati e naturalizzati, assorbiti in età precocissima.

Fin dai primi anni di vita, cominciano a delinearsi due binari separati e non comunicanti sui quali bambine e bambini vengono incoraggiati a convogliare, seguendo diligentemente i percorsi che il mondo adulto ha già tracciato per loro. Questi binari sono ben riconoscibili perché sono demarcati da due colori: il rosa e il celeste. Due colori apparentemente innocui, che nella prima infanzia tinteggiano le camerette dei bambini e delle bambine, i loro vestiti, i loro giocattoli, le copertine dei loro libri… Ma il rosa e il celeste non sono colori qualunque, sono invece simboli di aspettative e di progetti differenti che il mondo adulto ha nei confronti dei due sessi.

È in famiglia che si inizia a tessere un percorso biografico differente per maschi e femmine, frutto di piccole ma incessanti scelte quotidiane che tendono progressivamente ad incanalare i percorsi degli uni e delle altre verso sentieri differenti, sempre più divergenti. Mamme e papà, in maniera routinaria e inconsapevole, ma sempre in “buona fede” (chi mai può essere in malafede quando si occupa della crescita dei propri figli?), si allineano alle “direttive di genere” che spesso sono dettate dal mercato: predisporre un corredino rosa per la neonata e azzurro per il neonato diventa un semplice atto di routine, così come acquistare una bambola per la bambina e una macchinina per il bambino è un atto di routine, o ancora, rimproverare una bambina per essere troppo movimentata e stimolare il bambino ad essere attivo, è un atto di routine; deridere il maschietto che piange perché si comporta come una “femminuccia” e allo stesso tempo accettare come naturale che sia la bambina ad esternare i propri sentimenti e le proprie debolezze, di nuovo: è un automatismo pericoloso che spesso non riusciamo neppure a percepire e quindi ad arrestare. Questo lento ma implacabile addestramento ai ruoli sessuali registra i suoi prodotti già all’ingresso alla scuola d’infanzia e si perfeziona poi nella scuola primaria, e in tutti gli anni a venire…

Succede così che un bambino di tre anni si disperi all’idea di indossare dei calzini rosa.

Ecco, io credo che se i calzini rosa sono un problema per quel bambino—chiamiamolo Marco—, ciò significa che la società tutta ha un problema e la scuola in particolare ha un grosso, grosso, problema se non sa dare risposte chiare e rassicuranti a Marco che piange disperato e all’intera classe di bambini che lo guarda con aria sbigottita.

Gli stereotipi sessisti e le diseguaglianze di genere sono un problema della scuola: un problema da analizzare a livello pedagogico, da studiare in maniera strutturale, per poi progettare interventi didattici ad ampio raggio volti alla promozione di un’idea di parità, di uguaglianza, di inclusione.

I lavori sono in corso e c’è bisogno di insegnanti attenti e ben formati per dare le gambe a questo ambizioso progetto.

—Irene Biemmi