“Fare differenze” a scuola: differenziazione, personalizzazione o individualizzazione?

Nel sondaggio proposto la scorsa settimana relativamente ai modi per differenziare, personalizzare e individualizzare la didattica, sono emersi diversi spunti interessanti, quali l'apprendimento cooperativo e l'utilizzo di strumenti visivi, altri mostrano come ci sia ancora parecchia confusione in merito alla questione. In questo testo introduttivo cercheremo di fare un po' di chiarezza.

Che siamo tutti diversi è un dato di fatto che non necessita di essere spiegato o argomentato. E che, proprio per questo, impariamo in modi diversi è argomentato da studiosi che guardano all’apprendimento da molteplici prospettive. Discipline e periodi storici diversi hanno generato molti sistemi di categorie per spiegare l’ampia variabilità umana nell’imparare. Nella psicologia dell’apprendimento, per esempio, si utilizza il concetto di “stili cognitivi” oppure si distingue fra difficoltà, disturbo specifico e disturbo pervasivo per spiegare diverse forme di problematicità nel percorso di apprendimento. Nella categorizzazione degli alunni/e cosiddetti “stranieri” si distingue, per esempio, in chiave pedagogica la prima dalla seconda generazione oppure il grado di padronanza della lingua del luogo d’origine o del luogo di residenza attuale. O ancora, una parte della pedagogia si è occupata di spiegare i modi in cui le differenze di genere si riflettono sul modo di apprendere.

Guardando, in questo modo, ai gruppi di bambini e ragazzi che ogni insegnante incontra ogni giorno, si apre una sfida molto impegnativa: quella della risposta efficace alle molte differenze individuali. In campo internazionale, le offerte didattiche che mirano a rispettare e valorizzare l’eterogeneità che caratterizza i processi di apprendimento di tutti gli alunni vengono definite con il termine differenziazione. Infatti, per esempio, la sistematizzazione della differenziazione come strategia didattica realizzata da Carol Ann Tomlinson (2014) prevede, fra i principi di riferimento, il riconoscimento della differenza come normalità.

Nella letteratura pedagogica italiana, il termine differenziazione è stato introdotto solo di recente (D’Alonzo 2016). Sono, invece, molto più diffusi ed utilizzati i concetti di personalizzazione e individualizzazione. Un autore ormai classico della pedagogia generale che li ha definiti è Massimo Baldacci (2005) il quale faceva un distinguo fra i due termini associando: all’individualizzazione le differenze nelle metodologie e negli strumenti; alla personalizzazione, invece, quelle relative ai traguardi da raggiungere. In questa prospettiva, individualizzare significa progettare percorsi didattici diversi per alunni diversi, che portano però al raggiungimento di un traguardo formativo comune, almeno per quel che riguarda alcune competenze di base irrinunciabili. Personalizzare, invece, significa progettare traguardi formativi differenziati, che tengono conto delle differenze individuali degli alunni e che permettano a ciascuno, in base alle sue predisposizioni e preferenze, di riconoscere e sviluppare i propri talenti.

Da un punto di vista pedagogico, quindi, differenziazione, personalizzazione e individualizzazione rappresentano dei dispositivi didattici volti a dare una risposta efficace alle differenze individuali di tutti gli alunni della classe.

Nella prospettiva della legislazione scolastica, invece, l’idea di “fare differenze” è strettamente collegata ad alcune «politiche speciali» che ribadiscono e salvaguardano il diritto all’accesso, ma anche alla qualità dell’educazione di alcuni gruppi di alunni percepiti come a maggior rischio di esclusione. Si tratta di tutta la normativa connessa all’integrazione scolastica di alunni stranieri e alunni con Bisogni Educativi Speciali, comprendenti anche disabilità e Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Ed è proprio in questo ultimo contesto che si fa specifico riferimento ai termini personalizzazione e individualizzazione, in relazione a due strumenti che proprio queste normative hanno introdotto: il Piano Educativo Individualizzato (PEI) e il Piano Didattico Personalizzato (PDP). Questo quadro normativo veicola implicitamente una rappresentazione dell’apprendimento che può essere considerata problematica in ottica inclusiva (Demo, 2015). Vi è un’offerta formativa per la classe ancorata al curricolo della scuola, a sua volta costruito sulla base delle Indicazioni Nazionali, e sono poi previsti PEI e PDP che descrivono il percorso diverso di alcuni alunni. In sostanza. una differenza nel percorso è riservata ad alunni con un Bisogno Educativi Speciale, mentre non esiste uno strumento di programmazione che garantisca individualizzazione e personalizzazione a tutti gli altri alunni sulla base delle loro differenze legate alle loro storie di vita, ai loro punti di forza e criticità, al loro stile di apprendimento. È come se ci fosse, da un lato un percorso omogeneo per la maggior parte degli alunni, e poi alcuni percorsi paralleli “su misura” per alunni con Bisogni educativi Speciali.

Pensare alla didattica in questi termini comporta almeno due problematicità. Una questione riguarda gli alunni con BES a cui è riservata un’offerta didattica differenziata. Essendo la “differenza” attivata in relazione ad una condizione “problematica”, di difficoltà, loro si trovano es essere fruitori di misure di differenziazione connotate negativamente. I processi di etichettamento e micro esclusione (D’Alessio, 2013) sono più forti in un contesto in cui la differenza viene associata alla difficoltà. La seconda questione riguarda tutti gli altri alunni che si trovano immersi in un’offerta didattica incapace di valorizzare e considerare le loro differenze. A livello didattico, da queste considerazioni emerge con forza l’idea che sia importante cercare e trovare dei modi di organizzare l’offerta formativa di una scuola affinché sia possibile fare differenze per tutti.

Perché questo sia possibile, crediamo sia importante pensare ad un insieme di approcci e metodologie capaci di:

  • valorizzare tutte le differenze, rendendole visibili e attivandole come risorse;
  • attivare direttamente gli alunni nel processo di comprensione delle differenze proprie e altrui, in modo che possano contribuire in prima persona a fare scelte per il proprio percorso di apprendimento.

Sarà importante, dunque:

  • costruire degli ambienti di apprendimento in cui sia possibile fare cose diverse in uno spazio ed un tempo condiviso (per questo la didattica aperta rappresenta uno spunto molto interessante).
  • trovare occasioni in cui le diversità vengano raccontate e celebrate (per questo l’approccio autobiografico sembra prezioso)
  • strutturare relazioni fra alunni che permettano di viversi come risorsa reciproca (qui si possono suggerire le riflessioni su status e apprendimento cooperativo di Elisabeth Cohen)
  • aiutare gli alunni a comprendere le proprie peculiarità, punti di forza e debolezze nell’apprendimento e sostenerli nello sviluppo di strategie per gestirli (la didattica metacognitiva ha sviluppato molteplici possibilità in questo campo).

 

Per approfondire:

  • Baldacci M. (2005). Personalizzare o individualizzare? Trento: Erickson.
  • Biffi E. (2010). Scritture Esperienze          di            scrittura              nella      scuola   secondaria. Trento: Erickson.
  • D’Alessio S. (2013). Disability Studies in Education. In Medeghini et al. (a cura di), Disability Studies, Trento: Erickson, pp. 89-124.
  • D’Alonzo L. (2016). La differenziazione didattica per l’inclusione. Trento: Erickson.
  • Demo H. (2015). Didattica delle differenze. Trento: Erickson.
  • Demo H. (2016). Didattica aperta e inclusione. Trento: Erickson.
  • Miato S. A. e Miato, L. (2003). La didattica inclusiva: organizzare l’apprendimento cooperativo metacognitivo. Trento: Erickson.
  • Tomlinson C.A. (2014). The differentiated Classroom. Alexandria: ASCD.