Giocare per vivere divertendosi

"L’uomo gioca solo quando egli è uomo nel pieno significato della parola, ed è interamente uomo solo quando gioca". F. Schiller

Nessuna attività è in grado di motivare i bambini all’azione in maniera così forte come il gioco”, sostiene Gianluca Daffi. Ma cosa si intende con il termine generico “gioco”?

Secondo Johan Huizinga (1938), si può definire gioco qualsiasi attività eseguita per puro piacere e senza scopo preciso. In una categoria così ampia possono, dunque, rientrare anche la danza, il suonare uno strumento musicale o la recitazione. Gregory Bateson (1996), invece, descrive il gioco come qualcosa che “non è quello che sembra” e ne individua l’essenza nel suo “meta-comunicare” che l’azione compiuta è fittizia.

In qualsiasi modo lo si voglia definire, il gioco è da sempre—dall’alba dei tempi—qualsiasi attività volontariamente scelta per se stessa a scopo ricreativo e non per un fine altro. Si tratta di un’esperienza universale, in termini geografici, temporali e culturali, che coinvolge l’individuo nella sua triplice dimensione bio-psico-sociale e in tutti i periodi della sua vita.

Spesso si contrappone il gioco alla “serietà” ma, come ricordano Huizinga (1939) e Montaigne (1966), esso può assolutamente includere la serietà, anzi, è proprio dei bambini riversare tutto il loro impegno quando affrontano attività ludiche.

Benché possa avere delle ripercussioni negative, nell’adulto come nel bambino, fra le quali la perdita del senso del limite, il gioco viene oggi proclamato, in tutti i documenti internazionali, come bisogno prevalente e vitale nell’infanzia e salvaguardato come diritto.

Giocare, infatti, non è solo e puro divertimento. Attraverso il gioco, e a seconda dell’età, il bambino conosce se stesso e gli altri, si confronta, cresce, sperimenta creatività, sviluppa le sue capacità cognitive e le funzioni esecutive e esprime se stesso in totale libertà da condizionamenti esterni. Il gioco motiva ad assumersi dei rischi, ad agire, a perseverare anche dopo il fallimento, a stabilire e raggiungere obiettivi sempre più sfidanti, a dedicare attenzione, tempo e sforzo ad acquisire conoscenza e competenze.

Jean Piaget riconosce al gioco una funzione centrale nello sviluppo cognitivo e della personalità del fanciullo, mentre Lev Vygotskij parla anche di evoluzione affettiva ed umana del bambino, non solo cognitiva.

Inizialmente, il bambino gioca con il suo corpo e con tutte le cose che lo circondano e che catturano la sua attenzione. Successivamente, si impegna, con altri compagni, nei primi giochi di socializzazione e di imitazione del comportamento degli adulti. Crescendo, i giochi assumono una valenza di gruppo e si strutturano con regole funzionali ad una migliore esperienza di gioco.

Durante l’età evolutiva, quindi, il gioco svolge svariate funzioni e favorisce:

  • lo sviluppo motorio – il gioco contribuisce a sviluppare le competenze grosso—come nel caso del salto della corda—e fino motorie—si pensi al classico “Mikado”—e la consapevolezza motoria (Isenberg e Quisenberry, 2002).
  • lo sviluppo creativo – Freud suggerì che, durante il gioco, ogni bambino agisce come uno scrittore nella misura in cui crea un mondo proprio, di fantasia, che prende molto seriamente e dal quale è emotivamente coinvolto. Il gioco è il contesto ideale per supportare la creatività e l’immaginazione e stimolare la curiosità del bambino perché offre un ambiente privo di rischi nel quale poter sperimentare soluzioni diverse in situazioni sempre nuove.
  • lo sviluppo sociale – grazie al gioco i bambini allenano la loro comunicazione, verbale e non, per negoziare con i pari, ad esempio, i ruoli da assegnare (Spodek e Saracho, 1998) e, ancora, imitano gli adulti che incontrano a casa, a scuola e nella comunità (Creasey, Jarvis e Berk, 1998).
  • lo sviluppo affettivo – i bambini maturano emotivamente in quanto condividono esperienze con i compagni, sperimentano il punto di vista altrui, esprimono e gestiscono i propri sentimenti e rispondono a quelli degli altri (Smilanslky e Shefataya, 1990).

Non sono da trascurare, infine, gli effetti terapeutici del gioco in caso di difficoltà, più o meno gravi, del bambino.

Le tipologie di gioco sono diverse—dai giochi senso-motori ai giochi di costruzione, dai giochi di abilità ai giochi imitativo-rappresentativi, dai giochi compensativi ai giochi strutturati—e le attività possono essere svolte in solitario, guidate e mediate da un adulto o in gruppo. In ogni caso, molto spesso i giochi sono tanto più efficaci quanto sono più semplici e scarsamente strutturati.

Non mancano, inoltre, attività ricreative di tipo competitivo, caratterizzate da obiettivi e regole rigorosamente definiti, che ugualmente stimolano lo sviluppo del bambino. In questi casi, e nella maggior parte dei giochi, le regole rappresentano l’aspetto più importante. Le regole rappresentano i confini e il cuore stesso del gioco e, benché possano essere considerate alla stregua di leggi, non si impongono a nessuno: chiunque decida di giocare, si lega volontariamente alle regole del gioco. Anche nei giochi cooperativi esiste la competizione: i giocatori competono, infatti, contro una situazione predeterminata, ovvero contro il sistema stesso, con l’unica differenza che, al termine del gioco, esulteranno tutti come vincitori o faranno spallucce assieme per la sconfitta.

Un’altra caratteristica tipica del gioco è che si tratta di un’esperienza che non è mai uguale a se stessa. A differenza di altre attività ricreative—la lettura di un libro o l’ascolto della musica—, il cui contenuto resta sempre il medesimo, il corso dell’esperienza è irripetibile: l’esito è sempre incerto e affidato a diversi espedienti (es. generatore randomico come il dado, diverse situazioni iniziali date dalla distribuzione di carte, informazioni incomplete, alto numero di possibilità di movimento e azione, etc.) ed è proprio questo aspetto a rendere i giochi così avvincenti e appassionanti.

A prescindere dagli aspetti che differenziano le esperienze di gioco, tuttavia, vi sono delle caratteristiche generali e imprescindibili:

  • Esperienza comune – il gioco unisce le persone indipendentemente dal genere, dall’età e dall’estrazione sociale.
  • Equità – tutti i giocatori sono uguali e hanno la stessa possibilità di vincere.
  • Libertà – chiunque giochi, lo fa liberamente, non è forzato da nessuno.
  • Esperienza attiva – la maggior parte delle attività ricreative costringe le persone alla passività, ad essere consumatori. Il gioco, d’altra parte, rende attivi cognitivamente, emotivamente e fisicamente.
  • Immersione nel mondo di gioco – chiunque giochi, si lascia alle spalle la realtà e si immerge nel mondo di gioco, un contesto con una diversa concezione dello spazio e del tempo. Un gioco è solo un gioco, e tutto ciò che accade durante tale attività, resta (o dovrebbe restare) nel mondo di gioco. L’unica cosa che si può portare con sé nel mondo reale sono le emozioni. Chiunque trascorra una piacevole serata a giocare con gli amici, attraversa un confine sottile, lo stesso che separa il sogno dalla veglia. E questa speciale traversata fa sì che si sia rilassati durante il gioco e che si ritorni alla realtà distesi e felici.

 

 

References

  • Bateson G. (1996). Questo è un gioco. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Creasey G. L., Jarvis P. A. e Berk L. (1998). Play and social competence. In O. N. Saracho e B. Spodek (Eds.), Multiple perspectives on play in early childhood education, New York: SUNY Press.
  • de Montaigne M. (1966). Saggi. Milano: Adelphi.
  • Huizinga J. (1967). Homo ludens. Milano: Il Saggiatore.
  • Isenberg J. P. e Quisenberry N. (2002). PLAY: Essential for all Children. «Childhood Education», 79, 33-39.
  • Smilansky S. e Shefataya L. (1990). Facilitating Play: A Medium for Promoting Cognitive, Socioemotional and Academic Development in Young Children. Gaitherrsburg: Psychological and Educational Publications.
  • Saracho O. N. e Spodek B. (1998). Multiple Perspectives on Play in Early Childhood Education. New York: SUNY Press.