Giocare per apprendere

Il gioco offre ai bambini la possibilità di mettere in pratica ciò che stanno imparando. Fred Rogers

Il gioco è una delle principali modalità attraverso le quali i bambini apprendono. Come più volte affermato da diversi ricercatori ed educatori, il gioco, oltre ad essere presente nei più svariati background culturali (Lillemyr et al., 2011), può contribuire ad arricchire l’apprendimento e a sviluppare competenze indispensabili per la vita di tutti i giorni.

La ricerca sottolinea, in particolar modo, l’importanza del gioco alla scuola dell’infanzia in quanto contribuisce, come anticipato nello scorso intervento, allo sviluppo cognitivo, sociale, motorio e linguistico dei bambini (Lynch, 2015).

Già nei tempi antichi, l’importanza del gioco era riconosciuta, ma esso rimaneva una materia di studio, legata alle regole e alle strategie o agli esercizi ginnici. In tempi più recenti, l’istruzione veniva considerata come un momento di serietà e di lavoro disciplinato, affatto “contaminato” dagli intenti più allegri del giocare. Si deve, dunque, a Russeau l’iniziativa di introdurre il gioco nell’educazione del fanciullo e ai pedagogisti moderni, quali Montessori, Dewey e Decroly, l’impostazione psicologico-educativa e l’adeguamento del materiale ludico alla maturità del bambino.

Secondo Piaget (1959), l’attività ludica orienta verso uno sviluppo completo dell’individuo poiché facilita la socializzazione, grazie a giochi a carattere comunitario e all’insegnamento del rispetto delle regole, e lo sviluppo dell’intelligenza, attraverso diverse fasi cognitive—in relazione alle quali dovrebbero essere proposte attività ludico-didattiche appropriate:

  1. Tappa dei giochi d’esercizio (0-2 anni) – corrisponde allo sviluppo dell’intelligenza sensomotoria attraverso la quale il bambino acquisisce progressivamente il controllo degli arti e la capacità di esplorazione sensoriale. In questa prima fase, il gioco di imitazione assume un ruolo significativo in quanto consente al bambino di imparare a riconoscere e ad esprimere le emozioni.
  2. Tappa dei giochi simbolici (2-7 anni) – corrisponde alla fase pre-operativa dello sviluppo cognitivo durante la quale, grazie al naturale impulso creativo, il bambino impara a distinguere ciò che è frutto della fantasia, e che permette di superare attivamente i limiti della realtà, da ciò che è reale e percepito attraverso i sensi e che dona consapevolezza dell’esistenza e delle sue regole. In questa fase, il bambino è anche in grado di effettuare le prime operazioni concrete, ovvero quelle logico-matematiche, che gli consentono di agire sugli oggetti e di stabilire relazioni fra di essi, e quelle spazio temporali, che consistono nel dare una collocazione spazio-temporale agli oggetti.
  3. Tappa dei giochi di regole (7-11 anni) – corrisponde all’acquisizione cognitiva delle operazioni concrete e formali e al progressivo sviluppo del concetto di regola. A questo stadio, tuttavia, il fanciullo tende a modificare le regole a proprio vantaggio.
  4. Tappa dei giochi di costruzione (dagli 11 anni in su) – a questa fase vi è il passaggio alla codifica della regola e alla logica formale e alle operazioni di seriazione e classificazione.

La teoria di Piaget costituisce il principale riferimento per il Sistema ESAR, ovvero il sistema di classificazione e analisi dei giochi elaborato da Denise Garon e successivamente sviluppato tra il 1980 e il 1985 da Rolande Filion e Manon Doucet (Coggi e Ricchiardi, 2009). Nella tabella che segue è sintetizzata la classificazione che riguarda gli aspetti cognitivi del gioco: ad ogni fase di sviluppo dell’intelligenza individuata da Piaget, essa fa corrispondere esempi di giochi che attivano le singole operazioni mentali.

Ad un livello educativo-didattico, il gioco, se significativo (Nell e Drew, 2013), rende i bambini attivamente partecipi rispetto all’ascolto passivo di una lezione. Possiamo menzionare diverse attività che favoriscono l’apprendimento:

  • La sabbia e l’acqua possono essere un’introduzione a discipline quali scienze e matematica, dal momento che permettono di imparare che l’acqua è un liquido, non un solido, e che può essere misurata in contenitori di diversa capienza.
  • Giocare con la plastilina, disegnare e dipingere, travestirsi, giocare con le bambole sono tutte attività che incoraggiano la creatività, l’immaginazione e l’espressione delle emozioni. Il gioco del “fare finta”, inoltre, è essenziale per lo sviluppo socio-emotivo del bambino, in quanto gli permette di interpretare la realtà da un punto di vista differente, e favorisce lo sviluppo delle rappresentazioni mentali e del linguaggio.
  • I mattoncini colorati e i puzzle aiutano a riconoscere le diverse forme e le loro dimensioni, a mettere gli oggetti in ordine e a sviluppare il pensiero logico.
  • Giocare con la palla, danzare, correre, arrampicarsi sono attività che favoriscono lo sviluppo muscolare e aiutano a ottimizzare forza, flessibilità e coordinazione motoria.
  • I giochi con le regole, benché possa sembrare in contraddizione con l’idea di gioco libero e volontario, aiutano a far rispettare i turni, a condividere le esperienze e a socializzare con gli altri.
  • Cantare e suonare strumenti musicali aiuta a sviluppare il senso del ritmo e allena le abilità di ascolto.
  • Grazie alla recitazione, i bambini hanno l’opportunità di drammatizzare delle scene e di esprimersi, migliorano la loro fiducia sociale e le loro competenze letterarie, di narrazione e scrittura, nonché l’interazione e la cooperazione.

La mancanza di comprensione del valore che il gioco ha nello sviluppo del bambino potrebbe spingere diversi genitori e insegnanti a ridurne la priorità. Fino a qualche decennio fa, si dava più spazio e si dedicava più tempo alle attività ludiche semplicemente perché le giornate dei bambini non erano “intasate” da tante altre e diverse attività. Inoltre, il gioco è spesso ritenuto un’attività che sottrae tempo all’insegnamento accademico e all’acquisizione di competenze specifiche che dovrebbero garantire un impiego futuro al bambino e una qualità della vita migliore.

Dalla ricerca emerge una correlazione tra l’opinione dei genitori relativamente al gioco e il loro coinvolgimento in attività ludiche e di apprendimento. Più i genitori riconoscono l’importanza del ruolo del gioco per lo sviluppo del proprio bambino, più giocano con i loro figli e ne favoriscono l’apprendimento (Manz & Bracariello, 2015).

Il ruolo dell’adulto, genitore o insegnante che sia, nel cosiddetto “guided play” è fondamentale (Skolnik Weisberg et al., 2013). Benché l’attività rimanga incentrata sul bambino, il gioco viene introdotto e sollecitato dall’adulto, il quale può stabilire diversi obiettivi educativo-didattici, guidare l’attività attraverso, ad esempio, delle domande o dei commenti o la partecipazione al gioco, e monitorare i progressi del fanciullo, lasciando tuttavia che quest’ultimo percepisca che i risultati dipendano dal proprio sforzo cosicché possa migliorare la propria soddisfazione e il senso di autoefficacia.

Questa tipologia di gioco si differenzia, naturalmente, dal gioco scelto liberamente dal bambino, che potrebbe non avere alcuno scopo didattico, ma anche dall’insegnamento diretto, durante il quale il fanciullo tende ad essere passivo e a distrarsi maggiormente. Come confermato da diversi studi (tra cui quello di Skolnik Weisberg e colleghi), inoltre, quella del “guided play” si è rivelata essere una strategia di insegnamento-apprendimento molto efficace, con risultati migliori rispetto a quelli di altri metodi utilizzati in età prescolare. Tali risultati, che promuovono anche un miglior sviluppo e una migliore regolazione socio-emotiva, tendono a permanere fino alla scuola secondaria.

 

References