Orgoglio e pregiudizio… e identità nazionale

"Non si incontrano le culture. Si incontrano persone portatrici di cultura." Margalit Cohen-Emerique

Negli ultimi decenni il fenomeno migratorio ha trasformato il tessuto sociale italiano rendendolo sempre più multiculturale, multireligioso e plurilingue.

Per capire la portata di questo cambiamento, è sufficiente analizzare i dati del MIUR che ogni anno registrano la presenza degli alunni di origine straniera nelle scuole italiane. Se nell’anno scolastico 1996/1997 gli alunni di origine straniera frequentanti le scuole italiane erano 59.389, dopo 20 anni, nell’anno scolastico 2016/2017, il loro numero è aumentato a 826.091, decuplicando le presenze.

Inevitabilmente, la crescente presenza di persone appartenenti ad altre culture pone questioni importanti relative all’identità nazionale, generando un dibattito pubblico in cui la questione identitaria s’intreccia a un utilizzo strumentale di stereotipi e pregiudizi, nel tentativo di spiegare una realtà divenuta sempre più complessa e stratificata.

L’elaborazione di stereotipi e pregiudizi non è mai un processo innocente per quanto rappresenti un normale processo cognitivo proprio della mente umana, che ha bisogno di selezionare e organizzare la miriade di dati ricevuti quotidianamente, semplificandoli per poter comprendere al meglio il contesto fisico, culturale e sociale di riferimento.

Come sostiene Margalit Cohen-Emerique, una delle pioniere del pensiero interculturale in Europa, “la tendenza a definire l’altro da sé, lo straniero con immagini negative, permette di valorizzare il proprio gruppo sociale di appartenenza, rinforzando la propria autostima, e di percepire la categoria del “noi” come omogenea, benché al suo interno vi siano notevoli differenze”.

Gli stereotipi e i pregiudizi non fanno altro che congelare il migrante nella categoria della cultura di appartenenza, negando le trasformazioni socioculturali che pur avvengono nel paese d’origine e che influenzano le comunità di emigranti anche a distanza, nonché i processi di acculturazione che il migrante vive nel paese d’accoglienza e che sono percorsi complessi, talvolta di difficile decodifica poiché non sempre lineari né coerenti.

Alcuni sociologi francesi (Fourier e Vermes, 1994; De Rudder, Poret e Vourc’h, 2000) hanno definito questo processo di riconoscimento forzato con il termine di “etnicizzazione”. L’etnicizzazione è una forma di discriminazione nascosta che si è sviluppata negli ultimi decenni in Europa e che consiste nell’imprigionare lo straniero in un’identità etnica che non gli appartiene perché magari vive in Europa da anni o vi è nato, ha adottato gli stili di vita della società d’accoglienza, ha acquisito una buona conoscenza della lingua e, in alcuni casi, ha anche ottenuto la cittadinanza. I giovani figli di immigrati, nati e cresciuti in Europa, sono spesso vittime di questo processo di etnicizzazione che attribuisce loro un’identità etnica più costruita che reale.

Definire il migrante solo in virtù della sua appartenenza etnica rappresenta un grosso ostacolo al riconoscimento del migrante in quanto individuo poiché mette in ombra la sua personale storia migratoria, familiare, professionale e generazionale e non fa altro che aumentare la distanza di quest’ultimo rispetto alla società d’accoglienza, definendo il rapporto sociale a suo sfavore.

L’assunto implicito alla base di questa discriminazione nascosta, come sottolinea Costa-Lascoux (2001), è quello di far credere che “i dominatori non hanno etnia” poiché “noi” non ci definiamo in base a un’appartenenza etnica poiché “noi” siamo portatori di caratteristiche universali che gli “altri” non hanno” (De Rudder, Poret e Vourc’h, 2000).

L’approccio interculturale invita ad andare oltre questa separazione che vede gli “autoctoni” contrapporsi agli “stranieri” (Elias e Scotson, 1997) e indica nella reciproca conoscenza approfondita una possibile chiave per favorire la coesione sociale. Margalit Cohen-Emerique ribadisce che “il gruppo dominante deve accettare il fatto che ora non è più il solo a organizzare la vita sociale e che è possibile convivere con altri stili di vita, altrettanto legittimi e accettabili, senza che ciò minacci l’identità nazionale”.

Per fare ciò è necessario creare degli spazi d’incontro e di dialogo che rendano possibile conoscere in maniera diretta e approfondita individui e gruppi che sono portatori sani di un altro patrimonio culturale. È importante elaborare delle rappresentazioni sociali e culturali “co-costruite” (Pagé, 1991), affinché si sviluppino delle idee, dei valori e delle pratiche condivise da tutti, frutto di una vita in comune, seguendo la via degli “accomodamenti ragionevoli” che il governo canadese sta cercando di attuare sul proprio territorio.

Per promuovere questo dialogo interculturale, è necessario adottare alcune misure per evitare di andare incontro al fallimento. Nello specifico:

  • Gli incontri devono essere ben organizzati e preparati, curando il processo d’ingaggio di tutti i soggetti coinvolti, grazie anche a comunicazioni in lingua madre, e rispettando le diverse modalità di discussione in pubblico (gerarchie sociali, gradi d’anzianità, ruoli maschili e ruoli femminili etc.)
  • È necessario trovare delle modalità affinché le persone che appartengono a gruppi culturali differenti possano realmente comunicare tra loro, grazie anche alla figura preziosa e fondamentale del mediatore culturale
  • È importante essere consapevoli di quanto delicati siano i processi di comunicazione interculturale che spesso risentono del riverbero di atti di violenza e fanatismo, vicini e lontani nel tempo, che possono vanificare anni di sforzi e tentativi di avvicinamento.

In ultimo, nella relazione interculturale, è importante riconoscere che si è sempre almeno in due persone e ciò significa che non vi è solo la cultura dell’altro, dello straniero, ma anche la cultura della persona appartenente alla società d’accoglienza. Spesso gli assunti culturali delle persone che entrano in contatto non sempre sono visibili: talvolta c’è bisogno di uno sforzo intenzionale per spiegare all’altro i propri punti di vista, i propri punti di partenza.  Ma è in questo sforzo intenzionale che avviene l’incontro.

—Zelda Amidoni

 

Bibliografia di riferimento

  • Cohen-Emerique M. (2017). Per un approccio interculturale nelle professioni sociali e educative. Dagli inquadramenti teorici alle modalità operative.  Trento: Erickson
  • Costa-Lascoux J. (2001). L’ethnicisation du lien social dans les banlieues françaises. Revue Européenne des Migrations Internationales, vol. 17, n. 2, pp. 123-138
  • De Rudder V., Poiret C. e Vourc’h F. (2000). L’inégalité raciste: L’universalité républicaine à l’épreuve. Parigi: PUF
  • Elias N. e Scotson J.-L. (1997). Logiques de l’exclusion: Enquête sociologique au cœur des problèmes d’une communauté. Fayard, trad. it. (2004). Strategie dell’esclusione. Bologna: Il Mulino
  • Fourier M. e Vermes G. (a cura di) (1994). Ethnicisation des rapports sociaux: Racismes, nationalismes, ethnicismes et culturalismes. Parigi: L’Harmattan
  • Pagé M. (1991). Conserver le pluralisme ethnoculturel par les institutions démocratiques. In Lavallé M., Ouellet F. e Larose L. (a cura di). Identité, culture et changement social. Parigi: L’Harmattan, pp. 113-125.