Principi di accessibilità

Ad oggi, quando si progetta un artefatto visivo, sia esso un edificio, una fotografia, una rappresentazione teatrale o un libro, può essere utile fare riferimento alle recenti scoperte neuroscientifiche.

Il celebre detto “la bellezza è negli occhi di chi guarda” coglie perfettamente il nocciolo della questione: il significante e il significato di ciò che noi percepiamo visivamente non sono qualità insite nell’oggetto percepito, bensì sono il risultato di processi neurali che, come abbiamo già avuto modo di affermare, sono differenti per ciascun individuo e mutano nel corso del tempo.

Fra i più importanti approcci al pensiero visivo possiamo ricordare quello di Rudolf Arnheim che propose l’uso della psicologia della Gestalt nell’arte (Arnheim, 1962). Benché l’approccio olistico della Gestalt (dal tedesco, “forma”) sia ormai completamente superato, ne restano validi i principi descrittivi.

 

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Regola della buona forma o della chiusura – la chiusura è l’effetto che suggerisce una connessione o una continuità visiva tra una serie di elementi che in realtà non si toccano in una composizione. Ciò ci permette di vedere come complete figure di cui mancano delle informazioni.

 

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Regola della prossimità – elementi vicini sono interpretati come in relazione tra loro. Graficamente, quindi, è buona norma tener conto che cose vicine sono maggiormente correlate rispetto a elementi distanti. Pensando a un libro, la spazializzazione grafica dovrebbe rispondere alla logica del testo: il sottotitolo dovrebbe essere più vicino al titolo di quanto il titolo sia vicino ad altri elementi, quali l’autore, ad esempio.

 

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Regola della somiglianza – si tendono a raggruppare elementi simili. Se si vuole mettere in risalto un oggetto, dunque, lo si rappresenterà diversamente dagli altri (anomalia).

 

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Regola della buona continuità o del completamento amodale – gli elementi sono percepiti come appartenenti a un insieme coerente e continuo. Lo spigolo di una forma continua nello spazio e incontra l’inizio della figura successiva nello spazio, dando fluidità alla lettura.

 

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Regola del rapporto figura-sfondo – tutte le parti di una zona possono essere interpretate sia come figura sia come sfondo. Il cervello, tuttavia, è quasi sempre in grado di distinguere la figura (forma piccola) dal fondo (figura grande), senza confonderla.

 

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Regola del destino comune – se gli elementi fanno riferimento o progrediscono verso uno stesso obiettivo, essi sono accomunati da un destino comune e, perciò, raggruppati.

 

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Regola del movimento indotto – se gli elementi sono in movimento, vengono raggruppati percettivamente quelli con uno spostamento coerente o che si muovono assieme.

 

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Regola dell’esperienza passata o della pregnanza – in alcuni casi, l’input visivo è organizzato in base alle conoscenze acquisite. In pratica, gli elementi tendono ad essere raggruppati assieme se li si è spesso visti assieme in passato.

 

«Ogni composizione visiva ci impone i suoi modi e i suoi tempi di lettura: in una poesia contano i rapporti fra le strofe e le strutture rimiche; nelle tabelle e nei diagrammi conta come si incrociano i dati; in una pagina web come si accede a livelli successivi o simultanei di informazione» (Falcinelli, 2011).

Si tratta di una vera e propria sintassi, letta attraverso un binomio di predisposizioni cerebrali e di convenzioni culturali. Fra queste, vi sono il verso di lettura, che per noi va da sinistra (il “prima”, qualcosa che entra) verso destra (il “dopo”, qualcosa che esce); la gravità per la quale gli oggetti nella parte bassa di un foglio ci sembrano più pesanti e stabili; la simmetria per la quale siamo in grado di desumere il tutto da una metà e, viceversa, di cogliere la metà di un tutto, potendo successivamente operare mentalmente rotazioni, riflessioni e traslazioni.

Per capire, poi, cos’è la scrittura, non si può partire dall’alfabeto. A questo punto è utile fare una distinzione tra visibilità (legibility), ovvero il grado per cui un testo può essere individuato per sufficiente contrasto, chiarezza e illuminazione, e leggibilità (readability) che riguarda, invece, la facilità di lettura e il grado di affaticamento.

Le neuroscienze affermano che, di fronte ad un testo, estraiamo le informazioni utili per identificare il significato indipendentemente dal tipo di carattere utilizzato.

 

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È più ragionevole dire che, oltre al fatto che non leggiamo le singole lettere bensì l’insieme della parola, ormai siamo abituati a tantissime forme diverse di caratteri e quindi non veniamo distratti dalla font usata. Eppure, spesso abbiamo difficoltà a riconoscere lettere specchiate quali la b e la d. Ciò è dovuto al fatto che il nostro sistema visivo si è evoluto per riconoscere oggetti rovesciati, abilità che ci permette di riconoscere una sedia anche se messa sottosopra, ma che si rivela essere uno svantaggio nella lettura, soprattutto per chi soffre di dislessia.

I caratteri tipografici vengono comunemente classificati in due grandi famiglie: serif e sans-serif (“con grazie” e “senza grazie”). Una font con grazie è caratterizzata da allungamenti ortogonali, più o meno elaborati, in chiusura delle aste, mentre le font senza grazie, o bastoni, ne sono prive. Generalmente si ritiene che font sans-serif siano più leggibili singolarmente o in frasi brevi, mentre i serif agevolino la lettura di testi più lunghi, ma ciò non può valere per tutti. Le persone con dislessia, ad esempio, riescono a leggere più facilmente un testo senza grazie, ma per evitare la confusione fra caratteri simili tra loro (d/b, p/q, i maiuscola/l minuscola) le grazie diventano necessarie.

Vi sono, poi, altre caratteristiche di una font che possono rendere un testo più o meno leggibile, quali la forma e la proporzione del cosiddetto occhio, ossia la parte interna e vuota dei caratteri a forma chiusa. Una lettera tondeggiante è generalmente più leggibile di una in corsivo e lo è ancora di più se l’occhio è normale piuttosto che stretto o strettissimo. È, quindi, fondamentale che ogni singola lettera presenti delle differenziazioni ben evidenti che la distinguano da altre lettere simili.

In ogni caso, il carattere è solo una parte del problema. Ciò che conta maggiormente è l’impaginazione. Un sonetto, ad esempio, è anzitutto una figura, più o meno quadrata, divisa in quattro fasce, le prime due di quattro righe e le ultime due di tre righe.

 

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Nel caso dell’immagine, il sonetto è immediatamente riconoscibile come tale, prima ancora che dalle lettere dell’alfabeto che formano parole e frasi, attraverso l’utilizzo dello spazio bianco tra le righe e tra le strofe.

La leggibilità è agevolata anche dalla composizione tipografica. L’occhio, infatti, che normalmente permette di inquadrare un arco di 10 gradi, quando leggiamo stringe ad un arco di soli 2 gradi. Per questo motivo, la riga non dovrebbe superare le 80 battute in modo da evitare il movimento della testa. Il rientro della prima riga evidenzia il capoverso. Il neretto e il corsivo suggeriscono gerarchia e agiscono sui processi di riconoscimento di contrasti, contorni e orientamento.

In conclusione, la grafica e la scrittura sono spazializzazioni coerenti del pensiero, ma troppo spesso vengono utilizzati come impieghi decorativi poco efficaci e muti, soprattutto perché nella realizzazione di un prodotto editoriale, come ad esempio il libro di testo per la scuola, entrano in gioco altre variabili, quali una foliazione accettabile e una strutturazione visivamente gradevole.

In questo post abbiamo voluto analizzare l’accessibilità e la funzionalità di alcune pagine tratte da un libro di testo di storia per la scuola secondaria di primo grado.

 

References

  • Arnheim, R. (1962). Arte e percezione visiva. Milano: Feltrinelli.
  • Falcinelli, R. (2011). Guardare Pensare Progettare. Neuroscienze per il design. Viterbo: Stampa Alternativa & Graffiti.