La scuola e i musei

Un museo è un luogo dove si dovrebbe perdere la testa.” Renzo Piano

Se pensiamo alla scuola come luogo dell’apprendimento inserita in una rete più ampia di soggetti e istituzioni formative, fra i molti e possibili partner non possono mancare i musei. Il museo è per sua definizione un luogo della formazione lungo tutto l’arco della vita; raccoglie oggetti e documenti che mostrano ai visitatori di tutte le età aspetti e testimonianze della storia, della geografia, delle scienze o dell’arte. Condivide con la scuola un compito formativo, ma una sua caratteristica costitutiva—e questo lo rende speciale rispetto al contesto scolastico—è il fatto che mette al centro gli “oggetti” del sapere. Nell’analizzare il valore aggiunto che un museo può dare a un percorso formativo che esce da scuola per incontrare altri contesti, questo è un primo aspetto da prendere in considerazione.

Al museo si può vedere una tela di Klimt nei suoi colori originali e non mediati dalla fotografia. Al museo, un bambino può entrare nell’ambiente di una foresta equatoriale, sentirne l’umidità, vederne le piante superando la forza rappresentativa di un documentario. Al museo, un ragazzo può entrare in contatto diretto con un sarcofago, può sviluppare ipotesi sulla sua datazione osservando i materiali e i decori utilizzati, può confrontarsi con le metodologie di datazione usate dagli storici che hanno contribuito alla costruzione del museo. Al museo, opere d’arte, reperti, documenti, esemplari sono visibili (raramente toccabili) e evitano le distorsioni che nascono dalle rappresentazioni “di seconda mano”, veicolate da testi, immagini o fotografie.

Una seconda questione interessante riguarda la possibilità di fare un’esperienza interattiva con gli oggetti del sapere. Avendo di fronte l’“oggetto” del sapere, è possibile realizzare con gli alunni attività di osservazione/esplorazione che superano una visione trasmissiva del sapere. Quando un insegnante prova ad avvicinare un gruppo di allievi a campi di sapere caratterizzati da artefatti che non sono fisicamente presenti a scuola, deve necessariamente dedicare del tempo a spiegare a bambini e ragazzi di che cosa si tratta. descrivendolo col racconto o mostrando foto, riproduzioni, modellini… Il punto di partenza è necessariamente quindi una trasmissione di conoscenze, basata su materiali che nascono per questo, e hanno un carattere “didattico”. Al museo questo aspetto può essere superato: gli alunni si confrontano con l’oggetto “vero”, non quello preparato per loro. Sono potenzialmente a contatto con tutta la complessità del reale. Questo rappresenta un’interessante occasione per un’esplorazione in modo induttivo, partendo dall’esperienza, interrogando la realtà e costruttivamente negoziare le teorie per spiegarsela.

Oltre ad essere un contesto arricchente per la proposta didattica della scuola, l’integrazione dell’offerta museale nella quotidianità dell’apprendimento scolastico può essere utile anche nell’ottica di una formazione a lungo termine degli alunni, futuri cittadini. Bambini e ragazzi, che per abitudine e cultura non frequentano musei in famiglia, hanno la possibilità di esplorare un’alternativa per il tempo libero e allargare così il repertorio delle possibilità, considerando anche quella del museo. Inoltre, il museo è un luogo di formazione della comunità, non solo dedicato alla scuola: gli alunni possono vivere e percepire direttamente la condivisione con gli adulti del valore della cultura e dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

Le possibili forme di collaborazione e contatti fra museo e scuola sono molte, variano a seconda dell’età degli alunni e delle tipologie di musei. Ciò che rimane invariata è l’inesauribile risorsa educativa che rappresentano, non solo come ausilio alla didattica, ma per i valori, l’autenticità, la concretezza e la multidimensionalità dei linguaggi espositivi che li caratterizzano.

L’esperienza, tratta dal libro di Lorenzoni “I bambini pensano in grande” (2014), rappresenta un ottimo esempio:

 

Qualche settimana dopo mi spedisce il catalogo del Museo Guggenheim di Venezia, in cui desidero portare i bambini. Non ho il tempo di fare belle fotocopie a colori dei principali quadri e così, imitando il gesto di Nora Giacobini, che fece a pezzi d’impeto il Simposio di Platone per distribuirlo ai ragazzi del liceo, anch’io strappo il bel catalogo appena ricevuto e ne spargo le pagine a terra. Ogni bambino sceglie una riproduzione del quadro che più gli piace, se lo porta a casa, e io chiedo che l’osservi con attenzione e poi gli dia un titolo. Così il pomeriggio del nostro arrivo a Venezia, sul selciato davanti all’ostello che ci ospita, ogni bambino mostra ai compagni il quadro scelto, dice il titolo e racconta brevemente cosa lo ha spinto a scegliere proprio quel quadro.

Con Cornelia ancora una volta siamo colpiti dall’incredibile corrispondenza tra i quadri scelti e alcuni tratti dei loro caratteri, che dopo cinque anni cominciamo a conoscere e riconoscere.

Fabio sceglie la capra che vola con il suo capraio in una pittura di Chagall, e la chiama capra pazza, mentre Ylenia sceglie la distante nitidezza di De Chirico, chiamando il suo dipinto torre misteriosa.

Ma il momento più bello lo viviamo quando entriamo nel raccolto e bellissimo museo che abita la casa che fu di Peggy Giggenheim. I bambini corrono eccitatissimi tra stanze e corridoi…

 

Riferimenti bibliografici

Lorenzoni F. (2014). I bambini pensano in grande. Cronaca di una avventura pedagogica. Palermo: Sellerio.

Panciroli C. (2016). Le professionalità educative fra scuola e musei. Milano: Guerini.