Il lavoro con il bambino vittima di violenza assistita

Anche i bambini che assistono alla violenza domestica sono, a loro volta, vittime. Possono sviluppare esiti post-traumatici e sono esposti a gravi rischi per il proprio benessere psico-fisico. È importante perciò offrire loro un sostegno psicologico per aiutarli a rielaborare l’esperienza vissuta e per rafforzare la relazione madre-bambino. Maria Grazia Apollonio, psicologa-psicoterapeuta e relatrice al convegno “Affrontare la violenza sulle donne”, ci spiega il valore dell’intervento psicologico in questo contesto, illustrando anche i principali ostacoli che incontra.

I bambini che sono stati testimoni di violenza all’interno del nucleo familiare in cui vivono sono sempre, a loro volta, vittime di violenza. Questi bambini, infatti, sono esposti a importanti rischi per il loro benessere psico-fisico e possono sviluppare esiti post-traumatici, esattamente come le vittime di maltrattamento diretto. Possono vivere in un costante stato di allarme e di paura, perché la violenza potrebbe scatenarsi nuovamente; possono presentare stati di ansia e di depressione; possono sentirsi paradossalmente in colpa, perché si ritengono causa del conflitto o perché sono stati «risparmiati» dallo stesso ma si sono sentiti impotenti nel difendere la mamma o i fratelli.

I bambini vittime di violenza assistita difficilmente possono sviluppare legami di attaccamento sicuri sia con il genitore che agisce violenza, sia con il genitore che la subisce. Se, da una parte, il padre maltrattante incute paura, dall’altra parte la madre maltrattata è una madre traumatizzata, le cui capacità genitoriali possono essere state lese dalla violenza.

Può essere molto difficile sia per la mamma che per il bambino trovare le parole per esprimere e per mentalizzare l’esperienza di violenza che hanno vissuto e che va a costituire, così, un «argomento tabù», indicibile e incondivisibile. Si intuisce allora l’importanza di lavorare sulla relazione madre-bambino, rinforzando gli aspetti legati alla comunicazione, all’autorevolezza genitoriale, aprendo spazi di confronto mediato.

Come sempre quando si lavora sul trauma e sul maltrattamento, però, prima di iniziare qualsiasi intervento psicoterapeutico di rielaborazione dell’esperienza, è necessario offrire alle vittime la tutela necessaria, interrompendo il vissuto di violenza. L’allontanamento dal nucleo familiare è un momento particolarmente critico, in cui la violenza rischia addirittura di esacerbarsi. Raramente, poi, anche nei casi di inserimento in strutture protette, i provvedimenti dell’autorità giudiziaria si rivelano risolutivi, tutelando adeguatamente la relazione madre-bambino. Infatti, anche nelle situazioni di violenza domestica con procedimenti penali in corso, viene spesso prescritto l’affidamento del minore in forma condivisa a entrambi i genitori, con ampi diritti di visita per il padre. Questi ostacoli permangono nonostante la ratifica da parte dell’Italia della convenzione di Istanbul e l’approvazione del Piano di azione straordinario contro la violenza di genere. Diventa perciò importante e urgente superare gli ostacoli descritti, ai fini di tutelare il benessere di donne e bambini vittime di violenza domestica e di costruire una cultura che superi la disparità di genere e la legittimazione della violenza all’interno del rapporto di coppia.


Il contributo integrale di Maria Grazia Apollonio è stato pubblicato sul numero di giugno 2017 della rivista Lavoro Sociale.