Il lavoro con gli uomini maltrattanti per contrastare la violenza di genere

Una risposta al drammatico fenomeno della violenza di genere, forse poco conosciuta, viene dal lavoro dei Centri di Ascolto uomini maltrattanti. L’idea di fondo, ormai ampiamente condivisa a livello internazionale, è quella di offrire agli “uomini maltrattanti” percorsi di recupero alternativi all’isolamento, in modo da evitare l’esacerbarsi della violenza stessa e tutelare le vittime. Come opera un CAM e chi sono gli utenti che si rivolgono ad esso? Ne abbiamo parlato con Alessandra Pauncz, psicologa e psicoterapeuta, attiva da vent’anni su questi temi e relatrice al convegno “Affrontare la violenza sulle donne”.

Dottoressa Pauncz, ci può spiegare come lavora il CAM (centro ascolto uomini maltrattanti) da lei presieduto?
Il CAM è nato nel 2009 con l’obiettivo di contrastare la violenza domestica, sia intervenendo sugli autori della violenza attraverso programmi psicoeducativi, sia svolgendo una funzione di formazione sui temi degli uomini maltrattanti sul piano nazionale.
Per quanto riguarda il lavoro con l’utenza, il Centro offre una prima accoglienza telefonica agli uomini che agiscono violenza e a tutte le persone che hanno difficoltà a gestire una situazione di maltrattamento e hanno bisogno di consulenza. A seguito della telefonata vengono effettuati dei colloqui iniziali con i maltrattanti per cercare di capire insieme che percorso sia possibile per interrompere le violenza. Il Centro offre quindi una serie di consulenze e gruppi psicoeducativi per aiutare e sostenere gli uomini nel loro cambiamento.
Per quanto riguarda l’attività di formazione, essa è parte integrante del lavoro di promozione del cambiamento culturale. Infatti, attraverso la formazione, si aiutano gli operatori a mettere in discussione stereotipi e convinzioni profonde e radicate sulla violenza.


Chi sono gli uomini che si rivolgono al CAM?

In base alle richieste pervenute in questi 7 anni di attività, dal 2009 ad oggi, possiamo dire che si tratta di uomini che hanno agito una qualche forma di violenza contro la propria partner o ex partner, per la maggior parte di nazionalità italiana (92%) e per la maggior parte padri (il 77% ha almeno un figlio). Così come la letteratura non individua un profilo standard circa l’uomo che agisce violenza nelle relazioni affettive, così anche l’esperienza CAM mostra come il comportamento violento sia trasversale per età e status socio-economico. La maggior parte degli accessi, ovvero il 62%, riguarda la fascia d’età 31 – 50 anni, cioè la fascia di età adulta. Stessa omogeneità di distribuzione riguarda anche la professione degli uomini che si sono rivolti al CAM. Infatti è possibile rilevare una distribuzione abbastanza uniforme tra liberi professionisti ed operai. Troviamo un picco tra i dipendenti sia pubblici che privati, ben il 36%. Infine, la maggior parte dell’utenza CAM si trova ancora in relazione con l’ultima partner contro la quale è stata agita violenza.


Che cosa è possibile fare concretamente nella nostra società per creare una «cultura della non violenza»?

Quello che mi colpisce quando intervengo con gli operatori sociali oppure in situazioni pubbliche di sensibilizzazione rispetto alla violenza è quanto sia diffusa e poco nominata la violenza.  Credo che il primo passo per cambiare la cultura della violenza sia riconoscerla e nominarla. Se consideriamo “normale” offendere quando siamo in disaccordo con qualcuno, alzare la voce per prevaricare nella discussione, rompere oggetti quando siamo esasperati e qualche volta tirare una schiaffo ai nostri figli quando ci mancano di rispetto, saremo portati a pensare che questi comportamenti siano normali e non fare niente per cambiare atteggiamento. Quando lavoriamo con uomini che sono violenti non troviamo dei mostri assetati di sangue, ma semplicemente uomini che hanno appreso un linguaggio in cui per un uomo è legittimo e giusto prevaricare sugli altri ed in particolare su donne e bambini. C’è un sottile linguaggio del privilegio maschile, che fa sì che gli uomini pensino di essere legittimati ad essere violenti, senza mai percepire le proprie azioni come violente.
Se vogliamo cambiare questo tipo di cultura è necessario trovare dei modi per mettere in luce questo modello di mascolinità evidenziando quanto il privilegio di genere sia connesso alla percezione di legittimità della violenza. Finché questi aspetti rimangono nascosti continuiamo a condannare ed esecrare la violenza quando assurge ai fatti di cronaca per efferatezza e crudeltà, ma lasciamo inalterato il tessuto sociale che alimenta ogni giorno i mille atti di violenza quotidiani nascosti dalla “normalità”.