Quando i social diventano strumento di odio contro le donne

Il mondo del web, e dei social in particolare, non è solo sinonimo di conoscenza e di libertà di espressione ma anche, troppo spesso, il luogo dove viene veicolato e diffuso l’odio di genere nei confronti delle donne. Un odio che ha una forte matrice culturale e dal quale risulta spesso difficile difendersi. In altri casi, sono comportamenti online messi in atto volontariamente da donne, sia minorenni che adulte, a esporle a ricatti e vendette da parte maschile. Di queste manifestazioni online di odio nei confronti delle donne abbiamo parlato insieme a Natalina Folla, docente universitaria e relatrice al convegno Erickson “Affrontare la violenza sulle donne”. 

Il mondo del web – e dei social network in particolare – viene solitamente associato a valori positivi quali libertà di espressione e possibilità di conoscenza infinita. Spesso però diventa uno strumento di discriminazione, controllo e minaccia, in particolar modo nei confronti delle donne.
Secondo la relazione elaborata dalla Commissione parlamentare sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio – istituita nel maggio 2016 presso la Camera dei deputati e intitolata alla memoria della parlamentare inglese Jo Cox – la violenza di genere nel nostro Paese ha una matrice culturale fortissima, che nasce innanzitutto dalla convinzione di “debolezza e inferiorità” femminile. “Le manifestazioni di odio nei confronti delle donne si esprimono nella forma del disprezzo, della degradazione e spersonalizzazione, per lo più con connotati sessuali” si legge nel documento finale redatto dalla Commissione a conclusione del suo lavoro.

Il “discorso d’odio” online contro le donne è sostenuto dagli haters scatenati ad esempio nei gruppi di Facebook, dove spesso si registrano insulti sessisti e volgari. Ma è soprattutto attraverso Twitter che si diffonde e alimenta l’intolleranza di genere. Una recente ricerca sulla misoginia curata da Vox – l’Osservatorio italiano sui diritti – ha rilevato che i tweet contro le donne sono i più diffusi: su un campione di oltre 2 miliardi complessivi di tweet, oltre un 1 miliardo ha una connotazione sessista. L’odio si twitta in tutta Italia, ma le città più intolleranti sono Milano e Roma (con, rispettivamente, 8.134 e 8.361 tweet contro le donne).

I comportamenti offensivi online risultano ancor più gravi, tanto più giovane è l’età delle persone contro cui essi sono rivolti. Il sempre più diffuso «esibizionismo mediatico» che spinge adulti e minori a postare o condividere immagini e contenuti anche personali e intimi, alla ricerca di consensi, è un tipo di comportamento particolarmente rischioso per le ragazze, e in modo particolare per le minorenni, che possono facilmente cadere in trappole come grooming, sexting e revenge porn.
Di cosa si tratta? Ce lo spiega Natalina Folla, ricercatrice e docente dell’Università di Trieste e relatrice al Convegno Erickson “Affrontare la violenza sulle donne”. «Il grooming si verifica quando gli adulti per mezzo delle tecnologie di comunicazione e di informazione, propongono intenzionalmente ai minori, con condotte insidiose, ingannatorie o minacciose, degli incontri con lo scopo di commettere atti sessuali o a carattere pornografico. La pratica del sexting, sempre più diffusa anche tra i minori e con risvolti giurisprudenziali contrastanti, consiste nell’invio di immagini connotate sessualmente con il mezzo del cellulare o via Internet. Il revenge porn è invece la vendetta che si attua attraverso la pubblicazione di immagini intime sul web. Questo fenomeno vede colpite soprattutto ragazze per mano dei loro ex partner». Quali sono i danni provocati da questo tipo di strumenti? «Tutte queste azioni – chiarisce Natalina Folla – ledono gravemente lo “sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale” delle persone coinvolte, soprattutto dei minori. Per questo motivo il problema è stato affrontato anche recentemente dal legislatore, che ha previsto strumenti penali repressivi all’interno del codice penale, provvedimenti che vanno a rafforzare le linee di tutela di natura preventiva ed educativa».

L’obiettivo da raggiungere è quello di rendere la rete e i social network un luogo di aggrezione e di confronto positivo. In questo scenario, il ruolo dell’informazione (giornali, telegiornali, programmi d’informazione tramite stampa, tv e web) continua a rimanere centrale nell’influenzare la percezione di un problema e nel creare o meno distorsioni nell’immaginario collettivo. È opportuno, ad esempio, evitare di riferirsi alle donne come “soggetti deboli” o vittime predestinate.